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BDSM: La “morte” simbolica del sé nella pratica erotica

Un’analisi psicodinamica del BDSM tra Eros, Thanatos e trasformazione del sé

Autore: Dottoressa Fedele Denise, Psicologa, Consulente sessuale, Esperta in Educazione Sessuo-Affettiva.


Donna in lingerie con un frustino, in penombra e illuminata da luce rossa

Abstract


Il presente articolo esamina il BDSM (Bondage/Discipline, Dominance/Submission, Sadism/Masochism) come esperienza psicocorporea e simbolica di dissoluzione e rinascita del Sé, indagando il legame profondo tra Eros (la pulsione di vita, di conservazione e legame affettivo) e Thanatos (la pulsione di morte e di riduzione della tensione) nelle dinamiche erotiche contemporanee. Superando le tradizionali letture patologizzanti della sessualità non convenzionale, il presente articolo propone una prospettiva psicodinamica che interpreta le pratiche BDSM come rituali di “morte simbolica” dell’Io. In questo contesto, il dolore erotico, la fiducia radicale e il consenso negoziato diventano strumenti di conoscenza, trasformazione e riorganizzazione psichica.

L’analisi esplora la funzione psicologica delle dinamiche di potere e della resa controllata, mostrando come il BDSM praticato faciliti i processi di integrazione identitaria e aumenti la consapevolezza corporea. La sezione clinica discute le implicazioni terapeutiche di tali esperienze, proponendo una lettura del BDSM come pratica di regolazione emotiva, elaborazione simbolica e integrazione del Sé corporea e inconscia.

Nel suo complesso, il saggio restituisce al BDSM una dignità simbolica e psicologica, riconoscendolo come linguaggio dell’inconscio, rito di attraversamento e spazio relazionale capace di generare catarsi, intimità e trasformazione.


Introduzione

Closeup del fianco di una persona legata nell'ambito dello shibari

Il legame tra Eros e Thanatos, tra erotismo e annullamento, costituisce una delle tensioni più profonde e antiche dell’esperienza umana. Fin dall’antichità, nelle tradizioni religiose, mitiche e artistiche, estasi e sofferenza sono state rappresentate come vie privilegiate per entrare in contatto con il sacro, con l’inconscio collettivo e con le dimensioni più profonde del Sé. In questa prospettiva, il BDSM (Bondage, Discipline, Dominanza, Sottomissione, Sadismo e Masochismo) può essere osservato non solo come un insieme di pratiche erotiche, ma come un terreno simbolico e rituale in cui queste polarità vengono vissute, esplorate e integrate.


Spostando l’attenzione dalla mera dimensione sessuale, il BDSM può essere interpretato come un dispositivo relazionale e simbolico che permette agli individui di confrontarsi con i propri limiti, le proprie paure e i desideri più intimi, offrendo al contempo una possibilità di trasformazione psichica. Le dinamiche di dominio e sottomissione, così come il dolore consensuale, assumono la valenza di un linguaggio corporeo attraverso il quale il soggetto sperimenta vulnerabilità, potere, resa e fiducia reciproca. In questo contesto, l’esperienza erotica si intreccia strettamente con l’esperienza simbolica della “morte dell’Io”, intesa non come fine definitiva, ma come sospensione temporanea dell’identità ordinaria, apertura alla trasformazione e riconnessione con parti più profonde del Sé.


Freud (1920), introducendo la dialettica tra Eros e Thanatos, osserva come la vita psichica sia costantemente attraversata da due forze opposte: una che unisce e crea, e una che dissolve e ritorna all’inorganico. Piacere e dolore, tenerezza e violenza, non sono poli inconciliabili, ma aspetti della stessa energia vitale.

Le pratiche BDSM, se osservate da una prospettiva psicodinamica e fenomenologica, possono essere comprese come tentativi di rappresentare e ritualizzare questa tensione. Non più come perversioni, ma come linguaggi simbolici del corpo che consentono all’individuo di attraversare esperienze di vulnerabilità e potere, controllo e resa, fino a sperimentare una forma di “morte simbolica” e trasformazione del Sé.


Una maschera in penombra illuminata da luce rossa

Il fenomeno del BDSM rappresenta una delle forme più complesse e fraintese della sessualità umana. Sebbene le pratiche erotiche connesse al dolore o al potere esistano da secoli, la loro definizione come sottocultura e identità relazionale è un processo recente, radicato nel XX secolo e intrecciato con la storia culturale, psicologica e politica della sessualità occidentale. Le ricerche contemporanee evidenziano infatti come il BDSM non sia una devianza, bensì una manifestazione multifattoriale che integra dimensioni biologiche, psicologiche, sociali e simboliche (De Neef et al., 2019).

In questa cornice, il BDSM emerge come teatro psichico dell’ambivalenza, dove il soggetto sperimenta la sospensione dell’identità ordinaria e accede a una dimensione regressiva, archetipica e trasformativa. Tali pratiche incarnano una ricerca di trascendenza attraverso il corpo, un viaggio iniziatico che traduce in forma erotica temi fondamentali dell’inconscio: perdita, sottomissione, fusione e rinascita. In questo senso, il BDSM può essere letto come una forma contemporanea di martirio estetico (Corradino & Guarracino, 2025), dove la messa in scena del dolore e della resa diventa veicolo di liberazione del Sé profondo.

L’obiettivo di questo lavoro è proporre una lettura psicodinamica del BDSM come rito contemporaneo di “morte simbolica” dell’Io, analizzandone le funzioni trasformative e le implicazioni cliniche alla luce delle teorie pulsionali, archetipiche e rituali, mostrando come queste pratiche possano rappresentare una forma di integrazione del Sé attraverso la corporeità, l’esperienza emozionale e la dimensione relazionale.

Le pratiche di dominio, sottomissione e dolore consensuale possono essere comprese come linguaggi corporei attraverso cui l’individuo affronta il proprio desiderio di fusione e di dissoluzione, nella tensione costante tra Eros e Thanatos (Freud, 1920). Ogni forma di erotismo porta in sé una tensione verso la perdita: di controllo, di confini, di identità.

In questo senso, l’esperienza erotica è sempre anche un incontro simbolico con la morte — intesa non come fine, ma come dissoluzione temporanea dell’Io e apertura a qualcosa di più grande.



Quadro teorico


La dialettica Freudiana: Eros e Thanatos

Un teschio circondato da rose, in bianco e nero

Nel saggio Al di là del principio di piacere (1920), Freud introduce una svolta concettuale decisiva per la comprensione della vita psichica.

Illustra, infatti come il “principio di piacere”, ossia la tendenza dell’apparato psichico a evitare il dispiacere e a cercare il piacere, così com’è non basta più a spiegare il comportamento umano.

Osserva infatti tre fenomeni che contraddicono questa idea: la coazione a ripetere nelle nevrosi traumatiche, il gioco del rocchetto (Fort/Da) nel bambino e il comportamento autolesivo o autodistruttivo in molti soggetti.

In particolare, il gioco del rocchetto permette al bambino di trasformare una situazione passiva, la perdita della madre quando si allontana, in una situazione attiva, controllabile. In altre parole il bambino lancia il rocchetto lontano da sè, simulando il Fort (che significa “allontanamento”) ossia l’esperienza di perdita. Successivamente attraverso il filo che ha in mano tira nuovamente il rocchetto vicino a sè, cosicché Nel Da (ossia il “ritorno”) egli mette in scena il recupero dell’oggetto amato.

Grazie al gioco, il bambino può ripetere l’esperienza traumatica della separazione, attribuirle un ordine e mantenere un ruolo attivo. Questa attivazione volontaria della mancanza, inoltre si allaccia a ciò che Freud definisce come coazione a ripetere:

“Esiste un impulso psichico che spinge l’individuo a tornare verso esperienze di tensione, perdita o dolore, anche se non generano piacere.” (Freud 1920)

Teorizza quindi che l’essere umano, infatti, sembra ritornare compulsivamente a esperienze spiacevoli o dolorose.

È in questo contesto che egli formula la dialettica tra Eros e Thanatos: due pulsioni fondamentali, complementari e inseparabili. Eros rappresenta la tendenza alla vita, alla conservazione e alla sintesi psichica, sostenendo l’unione, il legame affettivo e la complessità organizzativa dell’apparato mentale. Thanatos, al contrario, designa la pulsione di morte, una forza orientata alla riduzione della tensione, alla dissoluzione delle strutture psichiche e al ritorno a uno stato inorganico.

Queste due pulsioni non agiscono mai isolate, ma sono costantemente intrecciate: ogni investimento libidico contiene una componente distruttiva, e ogni moto distruttivo è accompagnato da elementi libidici che lo rendono pensabile, rappresentabile o addirittura erotizzabile. Il masochismo, in questa prospettiva è una manifestazione paradigmatica dell’intreccio originario tra amore e distruttività, perché nel dolore erogeno si condensano sia la tendenza alla dissoluzione (Thanatos) sia la possibilità di trasformazione e ricomposizione del Sé attraverso l’eccitazione e il legame (Eros).


Jung e la morte dell'Io

Closeup di mani che tendono una corda, luce rossa

In Aion (1951), Jung approfondisce il tema della trasformazione psichica attraverso l’elaborazione del simbolismo del Sé, concetto cardine della sua psicologia analitica. Una delle dimensioni centrali di questo percorso consiste nella “morte” dell’Io, intesa non come annientamento dell’identità, ma come dissoluzione temporanea delle sue pretese di controllo, autonomia e coerenza. Jung identifica questa esperienza con quelle fasi del processo di individuazione in cui l’Io è costretto a confrontarsi con l’irruzione dell’inconscio, spesso attraverso immagini archetipiche che mettono in crisi le strutture abituali della coscienza. La “morte” simbolica rappresenta, in questa prospettiva, un passaggio necessario affinché l’Io possa riconoscere la propria relatività rispetto al Sé, istanza psichica più ampia e complessa che integra conscio e inconscio, personale e collettivo.

La dissoluzione dell’Io non è quindi un evento distruttivo, ma un processo trasformativo: essa permette il superamento delle difese identitarie obsolete e apre a una riorganizzazione più profonda e autentica della personalità. In particolare, Jung sottolinea come l’incontro con l’Ombra, l’Anima/Animus e le figure archetipiche del ciclo vita-morte, attivi una dinamica di regressione e rinascita che segue una logica rituale: l’Io deve “morire” per poter essere reintegrato in una totalità psichica più vasta e vitale. Questo movimento di discesa nelle profondità inconsce, paragonabile a un viaggio iniziatico, produce un senso di ampliamento dell’identità e un aumento della capacità simbolica, consentendo al soggetto di accedere a nuove forme di significato, desiderio e coerenza interna.

L’interpretazione junghiana della morte dell’Io si distingue così per la sua valenza evolutiva: non si tratta di annullare la coscienza, ma di trasformarla attraverso un temporaneo abbandono delle sue rigidità. In questo senso, la “morte” simbolica diventa una condizione necessaria per la rinascita psicologica, per una più profonda integrazione delle polarità interne e per l’avvicinamento graduale al Sé, nucleo simbolico della totalità psichica.


Turner

Closeup di un seno chiuso in un corpetto con lacci

In The Ritual Process (1969), Turner sviluppa una teoria antropologica del rito che offre una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le esperienze trasformative umane, collocate tra ordine sociale e sospensione temporanea delle norme. Al centro della sua analisi vi è il concetto di liminalità, la fase intermedia del rito di passaggio in cui il soggetto si trova simbolicamente “fra e betwixt”, ovvero separato dalle strutture ordinarie ma non ancora reintegrato in un nuovo stato. Durante questa soglia, l’individuo sperimenta una condizione di indeterminatezza, vulnerabilità e potenziale, poiché le categorie identitarie abituali vengono sospese e la coscienza è esposta a forze trasformative che sfuggono al controllo dell’Io. Turner sottolinea come tale fase elimini temporaneamente le gerarchie e favorisca una forma di communitas, un legame profondo, immediato e paritario tra i partecipanti, fondato sulla condivisione dell’esperienza liminale.

La liminalità turneriana non è un mero momento transitorio, ma un dispositivo simbolico di riorganizzazione psichica e sociale: è nel vuoto creato dalla sospensione delle norme che diventa possibile la metamorfosi. L’individuo, disancorato dalle consuetudini e dalle identità ordinarie, entra in contatto con dimensioni più arcaiche, corporee e relazionali, attraverso cui può emergere una nuova configurazione del Sé. Turner interpreta questo processo come un movimento di “antistruttura”, in cui la dissoluzione temporanea delle forme stabili permette la nascita di una nuova struttura psichica più flessibile e consapevole. La trasformazione rituale è quindi un passaggio obbligato: il soggetto deve attraversare la perdita simbolica del proprio stato precedente per poter accedere a una forma rinnovata di identità. La forza di questo modello risiede nella sua capacità di spiegare come pratiche altamente codificate, che includono elementi di rischio, vulnerabilità, inversione di ruoli o controllo corporeo, possano assumere una valenza profondamente generativa sul piano psicologico e relazionale.


Baumeister

Closeup del seno e collo di una donna con un collare da cui pendono due catene

In Masochism and the Self (1989), Baumeister propone una delle interpretazioni psicologiche più influenti e innovative del masochismo, spostando l’attenzione dalla dimensione clinico-patologica a una lettura centrata sulla dinamica del Sé e sui processi di autoregolazione psichica. L’autore sostiene che il masochismo non debba essere compreso come un disturbo, bensì come una strategia simbolica attraverso cui l’individuo affronta momenti di sovraccarico identitario, tensione emotiva o eccessiva autoconsapevolezza. Secondo Baumeister, la sofferenza masochistica rappresenta un mezzo per sospendere temporaneamente il peso dell’autocontrollo e delle responsabilità che definiscono il Sé nella vita quotidiana. Il dolore, la sottomissione e la perdita di agency diventano così strumenti che consentono al soggetto di disinvestire dall’Io cosciente e dalle sue richieste, entrando in uno stato di “ridotta identità” che offre un sollievo momentaneo dalla pressione psicologica.

Baumeister interpreta questa dinamica come un processo in due fasi: dissoluzione e ricostruzione del Sé. Nella prima fase, la persona masochista riduce la complessità della propria esperienza soggettiva tramite l’induzione ritualizzata del dolore, dell’umiliazione o della restrizione comportamentale. Questo collasso controllato dell’identità non ha una funzione distruttiva, bensì liberatoria: permette al soggetto di sospendere la ruminazione, il senso di responsabilità e l’iper-riflessività, sostituendoli con uno stato di attenzione focalizzata e di presenza corporea immediata. Nella seconda fase, la ricostruzione del Sé avviene grazie al ritorno graduale alla normalità dopo l’esperienza masochistica: il soggetto percepisce un senso di rinnovata stabilità, chiarezza interna e maggiore capacità di affrontare le richieste del mondo esterno. La temporanea sospensione dell’Io, prodotta dal dolore e dalla resa, si configura dunque come una forma di rigenerazione psicologica.

Una delle intuizioni più rilevanti di Baumeister riguarda il ruolo del controllo: il masochismo non è la perdita di controllo, ma una forma paradossale di esercizio del controllo su ciò che viene percepito come incontrollabile. Nel rituale masochistico, la persona sceglie volontariamente di assumere una posizione di vulnerabilità, regolando attentamente intensità, contesto e limiti, e creando così uno spazio in cui la perdita momentanea dell’Io è al servizio di un progetto identitario più ampio. Baumeister sottolinea come questa sospensione delle funzioni dell’Io permetta al soggetto di recuperare un senso di coesione interna, offrendo un modello interpretativo che integra dimensione corporea, simbolica e autoregolativa.

L’analisi di Baumeister ha il merito di ricollocare il masochismo all’interno delle pratiche di gestione del Sé, interpretandolo come una forma sofisticata di coping psicologico e trasformazione identitaria. La sofferenza diventa uno strumento di rinascita, un processo di “reset” mentale che apre la possibilità a una ricomposizione più stabile e funzionale dell’esperienza soggettiva. Questa prospettiva, lontana dalla patologizzazione, mette in luce come il masochismo — e, più in generale, le pratiche erotiche intense — possano assumere una funzione di riequilibrio emotivo e di riorganizzazione del Sé, offrendo un contributo teorico fondamentale per la comprensione psicodinamica contemporanea delle pratiche BDSM e delle loro potenzialità trasformative.


Corradino & Guarracino

Donna che gode in bianco e nero

Nel volume L’estasi del martirio: Metamorfosi del piacere e del dolore nell’esperienza estetica (2025), Corradino e Guarracino propongono una riflessione radicale sulla funzione simbolica del dolore e sul ruolo trasformativo del corpo nell’esperienza estetica contemporanea. Gli autori esplorano il martirio non come evento storico o religioso, ma come metafora antropologica e dispositivo estetico attraverso il quale il soggetto attraversa una soglia di intensità capace di sospendere le coordinate ordinarie della percezione, dell’identità e della rappresentazione di sé. In questa prospettiva, il dolore non viene concepito come semplice negazione del piacere, ma come forma di trascendenza immanente, un’esperienza liminale che porta il soggetto oltre i confini abituali dell’Io, consentendo l’accesso a uno stato ampliato della coscienza. Le manifestazioni corporee del martirio — l’esposizione, la vulnerabilità, l’estremo, la resistenza — vengono rilette come pratiche di rivelazione: il corpo, ferito o messo alla prova, diventa un medium attraverso cui l’interiorità si manifesta e si trasforma.

Corradino e Guarracino sottolineano che l’estasi del martirio opera come processo estetico di rottura e riconfigurazione, un dinamismo in cui l’intensificazione del sentire corporeo produce un’eccedenza simbolica che trascende la semantica della sofferenza per farsi gesto di creazione. Il martire, nell’interpretazione degli autori, non è colui che semplicemente subisce, ma colui che attraversa il dolore come spazio liminale, in cui la materia del corpo è sospesa tra distruzione e rivelazione. La sofferenza diventa un linguaggio, un atto performativo che consente al soggetto di accedere a forme alterate di presenza, di consapevolezza e di significato. In questo senso, il corpo martiriale non è un corpo negato, ma un corpo intensificato: un corpo che, proprio attraverso la prova estrema, riacquista profondità simbolica e potenza espressiva.

La dimensione trascendentale evocata dagli autori non rimanda a un’idea di spiritualità religiosa quanto a una trascendenza estatico-corporea, in cui il soggetto sperimenta una temporanea dissoluzione del proprio assetto identitario per poi ricostruirlo in una forma ampliata. L’estasi, intesa come fuoriuscita da sé, diviene un atto di riappropriazione dell’esperienza incarnata, nella quale la ferita non è solo perdita ma anche soglia, apertura, possibilità di generare nuove modalità di essere.

È in questa tensione tra vulnerabilità e potenza, sofferenza e rivelazione, che la lettura di Corradino e Guarracino offre un contributo decisivo alle teorie della corporeità contemporanea: il dolore corporeo può divenire un atto estetico e simbolico capace di trasformare il Sé, rendendo visibile ciò che abitualmente rimane nell’ombra della psiche.

In questa cornice, il martirio non rappresenta il trionfo della distruzione, bensì un processo dinamico attraverso cui l’identità si espone, si disarticola e si ricompone su un piano più complesso.


Storia e sviluppo del BDSM: dalle origini culturali alle interpretazioni contemporanee


Le radici rituali e culturali del BDSM

Closeup del volto di un africano tribale

Le pratiche oggi identificate come BDSM affondano le loro radici in contesti antichi e rituali, dove dolore, sottomissione e disciplina avevano significati sacri, iniziatici o estetici. Nelle culture tribali, i riti di passaggio e le cerimonie di iniziazione spesso prevedevano prove fisiche e simboliche che comportavano dolore o umiliazione controllata, finalizzate alla trasformazione dell’identità individuale e al consolidamento dei legami comunitari (Turner, 1969).

Anche nella storia occidentale il dolore e la sottomissione hanno avuto valenze simboliche e spirituali. Flagellazioni rituali, penitenze religiose o rappresentazioni letterarie e artistiche illustravano come il dolore potesse essere strumento di purificazione, estasi o metamorfosi dell’individuo, anticipando alcuni principi del BDSM contemporaneo, come la ritualizzazione, la liminalità e la negoziazione del limite.


Le prime interpretazioni medico-psichiatriche

Camera spoglia di un ospedale psichiatrico del passato

Nel XIX secolo, il dibattito sul sadomasochismo si spostò dal campo morale a quello medico. Krafft-Ebing, in Psychopathia Sexualis (1886), introdusse i termini “sadismo” e “masochismo”, ispirandosi rispettivamente al Marchese de Sade e a Leopold von Sacher-Masoch, classificandoli come perversioni sessuali. La visione positivista e moralista dell’epoca interpretava tali pratiche come deviazione o regressione pulsionale, riflesso di aggressività o autolesività non integrata.

Freud, pur inserendosi in questo filone, compì un passo innovativo ne Al di là del principio di piacere (1920), concependo il sadismo e il masochismo come manifestazioni della dialettica tra Eros e Thanatos. In questa prospettiva, dolore e piacere non erano più aberrazioni, ma espressioni universali della tensione tra amore e distruzione, fusione e annullamento, piacere e sofferenza.


Dal sintomo al simbolo: psicoanalisi e antropologia

Closeup di una mano che passa sotto a una fascia su un corpo

Nel XX secolo, il focus scientifico si spostò dal comportamento al significato simbolico ed esperienziale del BDSM. Jung (1951) interpretò il dolore e la sottomissione come strumenti di incontro con l’Ombra, la parte oscura e distruttiva della psiche, essenziale per la maturazione e l’individuazione. Baumeister (1989) descrisse il masochismo come sospensione dell’Io: un modo per “spegnere” temporaneamente il controllo razionale e accedere a stati di coscienza trasformativi, legati a liberazione emotiva, consapevolezza corporea e autenticità.

Turner (1969) introdusse il concetto di liminalità, osservando come i rituali di passaggio implichino una morte simbolica dell’identità seguita da rinascita. Applicando questa lettura al BDSM, la scena erotica diventa un rito liminale contemporaneo, in cui i ruoli di dominant e submissive, le regole, le safeword e la negoziazione dei limiti creano uno spazio protetto di sospensione dell’identità ordinaria e di esplorazione della vulnerabilità.

In questa prospettiva, il BDSM si configura come rituale simbolico e psicocorporeo, una pratica di trasformazione, introspezione e connessione intersoggettiva.


La nascita della sottocultura BDSM e la rivoluzione sessuale

Foto di una parata in moto, in primo piano un uomo con dietro la schiena le scritte "Passion, respect, dignity, equality, pride"

Tra gli anni ’50 e ’80, il BDSM cominciò a emergere come sottocultura, in particolare nei contesti LGBTQIA+ e nella comunità leather statunitense. Qui le pratiche vennero codificate, ritualizzate e rese visibili, ponendo al centro consenso, sicurezza e identità. La rivoluzione sessuale e i movimenti per i diritti civili aprirono la strada a una comprensione più ampia e laica del desiderio, spostando l’attenzione dalla devianza alla costruzione identitaria e alla libertà sessuale. Langdridge e Barker (2007), nel volume Safe, Sane and Consensual, definirono le pratiche BDSM come forme di erotismo responsabile, fondate sui tre principi fondamentali: sicurezza (Safe), lucidità mentale (Sane) e consenso pienamente informato (Consensual).

Questo approccio ridefinì radicalmente l’etica del BDSM: il potere non è imposto, ma co-creato; la vulnerabilità non è esposizione al rischio, ma strumento di fiducia e connessione; il dolore non è punizione, ma linguaggio simbolico e mezzo di trasformazione personale.


Prospettive scientifiche contemporanee

Donna in lingerie a rete (a trama grossa) con il busto inarcato e gambe piegate e tacchi a spillo

Studi empirici recenti confermano la complessità e la funzionalità del BDSM. Gli studi empirici di Cross e Matheson (2006) mostrano che i praticanti BDSM non presentano livelli superiori di psicopatologia rispetto alla popolazione generale. Le pratiche BDSM sono descritte come forme relazionali basate su fiducia, negoziazione e intimità emotiva.

Gli autori hanno proposto un modello empirico articolato in quattro prospettive interpretative del sadomasochismo:

La prospettiva patologica rappresenta il primo approccio storico e più tradizionale, secondo il quale le pratiche BDSM vengono considerate deviazioni o espressioni di disturbi psicologici. Tuttavia, gli stessi autori sottolineano come tale visione risulti riduttiva e inadeguata a cogliere la varietà e la ricchezza di queste esperienze, spesso stigmatizzate dalla società. In contrapposizione, la prospettiva relazionale interpreta il BDSM come un contesto all’interno del quale la comunicazione e la fiducia tra i partner possono rafforzarsi in maniera significativa. Questa prospettiva evidenzia come la negoziazione dei limiti, il consenso esplicito e l’attenzione reciproca contribuiscano a costruire intimità emotiva e sicurezza psicologica. La prospettiva ludica propone invece di leggere il BDSM come una forma di gioco simbolico e creativo, in cui il dolore e il piacere si alternano all’interno di regole concordate, trasformando l’esperienza corporea in un laboratorio di esplorazione dei confini del sé e delle dinamiche interpersonali. Infine, la prospettiva spirituale suggerisce che le esperienze estreme del corpo possano assumere una valenza trascendente, offrendo momenti di intensa connessione con sé stessi e con l’altro. Questa dimensione, spesso trascurata, apre uno spazio di riflessione sulla relazione tra corporeità, alterità e significati profondi legati alla trasformazione personale.

Queste dimensioni, osservate empiricamente, confermano come il BDSM rappresenti una pratica complessa e multifattoriale, con potenziali implicazioni positive per la crescita personale e la qualità delle relazioni interpersonali, che attraversa i confini tra limite e libertà.

Altri autori, che tentarono di superare le dicotomie patologico/normale, furono De Neef e colleghi (2019) che proposero un modello biopsicosociale integrato in cui il BDSM si configura come una combinazione di fattori biologici, psicologici e culturali. Dal punto di vista biologico, gli autori evidenziano come le pratiche BDSM attivino risposte neurofisiologiche complesse: variazioni nel sistema dopaminergico, modulazioni dell’asse dello stress e della percezione del dolore, nonché l’attivazione di meccanismi di attaccamento attraverso neuropeptidi come ossitocina e vasopressina. Tali risposte suggeriscono che l’esperienza erotico-sadomasochistica possa produrre stati alterati di coscienza, intensificazione sensoriale e benessere psicofisico, guidati dall’interazione tra eccitazione sessuale, attivazione corporea e regolazione neurobiologica.

La dimensione psicologica del modello mette in luce come il BDSM possa rispondere a funzioni intrapsichiche specifiche: gestione dell’identità, incremento del senso di agency, riduzione dell’iper-controllo, esplorazione simbolica di vulnerabilità e potere, elaborazione di emozioni complesse e ricerca di stati di trascendenza soggettiva. De Neef e colleghi sottolineano che molti praticanti riportano benefici psicologici quali maggiore consapevolezza corporea, riduzione dell’ansia, miglioramento della regolazione emotiva e rafforzamento del legame con il partner grazie ai rituali di negoziazione e aftercare. All’interno di questo quadro, il BDSM viene interpretato come una pratica capace di produrre stati psicologici complessi — spesso descritti come “flow”, “subspace” o “domspace” — che operano come zone liminali di trasformazione dell’esperienza del Sé.

Sul piano socio-culturale, gli autori evidenziano come il BDSM non possa essere compreso al di fuori dei contesti simbolici e delle norme culturali che lo rendono possibile. Elementi quali la disponibilità di spazi comunitari (fisici e online), la diffusione della cultura del consenso, la crescente visibilità mediatica e le narrative identitarie fornite dalle comunità BDSM contribuiscono alla costruzione di significati condivisi e alla formazione di ruoli, rituali e codici che strutturano l’esperienza. Il BDSM viene così riconosciuto come una pratica culturale complessa, regolata da norme interne — come il principio SSC (Safe, Sane and Consensual) o RACK (Risk-Aware Consensual Kink) — che definiscono confini, etica e modalità partecipative.

L’originalità del modello proposto da De Neef e colleghi risiede nella capacità di integrare queste tre dimensioni in una prospettiva unitaria. Il BDSM non viene ridotto a un singolo fattore esplicativo, ma emerge come fenomeno multistratificato in cui biologia, psiche e cultura interagiscono nel modellare motivazioni, significati e impatti soggettivi dell’esperienza. Tale approccio consente di riconoscere il BDSM come pratica complessa, regolata, intenzionale e dotata di potenziali funzioni adattive, offrendo una cornice teorica avanzata che si presta a collegamenti con la psicodinamica, l’antropologia del rito e i modelli clinici contemporanei focalizzati sulla regolazione emozionale e sulla costruzione identitaria.


Larva e Rantala (2024) offrono una prospettiva evoluzionistica sull’analisi delle dinamiche di dominanza e sottomissione, suggerendo che tali comportamenti possano rappresentare strategie adattive piuttosto che semplici manifestazioni culturali o individuali. Secondo gli autori, in contesti sicuri e consensuali, l’alternanza tra ruoli dominanti e sottomessi favorisce lo sviluppo di fiducia reciproca e cooperazione tra gli individui, funzionando come un meccanismo attraverso cui si testano i limiti personali e si negoziano le relazioni di potere in maniera controllata. Queste interazioni possono, inoltre, contribuire alla gestione del rischio, poiché permettono di simulare esperienze di vulnerabilità e controllo senza compromettere la sicurezza fisica o psicologica, offrendo un terreno sicuro per l’esplorazione di emozioni intense e conflittuali. Dal punto di vista evolutivo, tali dinamiche potrebbero essere state selezionate per la loro capacità di rafforzare legami sociali, favorire la cooperazione all’interno di gruppi e migliorare la capacità di adattamento a situazioni di conflitto o stress, evidenziando come il comportamento umano legato al potere e alla sottomissione possa avere radici profonde nella psicologia evolutiva.

Le pratiche BDSM consentono di simulare situazioni di rischio in un contesto sicuro, facilitando la regolazione di stress e la gestione delle emozioni, tali esperienze generano risposte neuroendocrine simili a quelle dei rituali sociali e dei comportamenti affiliativi. Da questa prospettiva, il BDSM appare come un comportamento sessuale complesso e adattivo, in cui la dimensione ludica e rituale funge da strumento di esplorazione identitaria e coesione relazionale.


L’autore Kao infine osserva come, negli ultimi vent’anni, il BDSM ha subito un processo di globalizzazione culturale, sostenuto dall’espansione di internet e dalle piattaforme digitali. La diffusione online delle pratiche BDSM avrebbe favorito l’emergere di comunità transnazionali e narrative auto-rappresentative, sottraendole al monopolio dei discorsi patologizzanti.

Parallelamente, la pop culture — dal cinema alla letteratura erotica — ha contribuito a una maggiore visibilità, ma anche a semplificazioni e distorsioni, che talvolta riducono il BDSM a un’estetica della trasgressione, oscurandone la complessità simbolica e relazionale. Oggi il BDSM è concepito come rito postmoderno di autenticità, libertà e consapevolezza corporea. Il dolore consensuale e la resa diventano strumenti di esplorazione identitaria, relazione empatica e trasformazione simbolica del Sé, integrando dimensioni psicologiche, relazionali, estetiche e spirituali.


Il BDSM: tra Libido, Dissoluzione del Sè, Fiducia e Trasformazione


BDSM: dove la libido incontra la pulsione di morte

Persona sospesa a testa in giù in una struttura con corde

Facendo riferimento alla Dialettica Freudiana illustrata precedentemente, essa è particolarmente evidente nelle pratiche BDSM, in cui piacere e dolore, controllo e resa, eros e sofferenza si intrecciano in modo rituale e simbolico. Qui, il corpo e la psiche non subiscono la pulsione di morte in maniera distruttiva: la sofferenza fisica o psicologica diventa un mezzo di comunicazione del desiderio e di esplorazione dei limiti personali. La “messa in scena” di dominio, sottomissione o dolore consensuale permette al soggetto di sperimentare una forma di morte simbolica, una dissoluzione temporanea dell’identità quotidiana, senza rischio di annientamento reale.

Il BDSM, osservato attraverso questa lente, si configura come un rito contemporaneo di trasformazione: la pulsione di morte viene mediata da Eros, attraverso la fiducia, il consenso e il legame relazionale. Il dolore, in questo contesto, non è più un segno di disfunzione, ma diventa strumento di catarsi e reintegrazione. Il soggetto attraversa l’angoscia della perdita di controllo, la sospensione dell’Io e la vulnerabilità, per poi riemergere con un senso di potenza, autenticità e connessione più profonda con il proprio corpo e desiderio.

Questa lettura si riallaccia alle teorie post-freudiane sul BDSM, secondo cui le pratiche di dominazione e sottomissione non sono manifestazioni patologiche, ma esperienze liminali in cui la tensione tra Eros e Thanatos diventa esperienza incarnata (Cross & Matheson, 2006; Langdridge & Barker, 2007). La “morte simbolica del Sé” rappresenta una regressione controllata al servizio della vita psichica: attraverso il dolore e la resa, l’individuo riesce a confrontarsi con la propria mortalità simbolica e a reintegrarsi in forma più completa.

In questo senso, il BDSM diventa un laboratorio psichico in cui la dialettica freudiana prende forma concreta. La pulsione di morte si trasforma in strumento di trasformazione e conoscenza, il dolore in linguaggio del piacere e del legame, e la temporanea dissoluzione dell’Io in rinascita psichica. Il “gioco con la morte” erotica non implica desiderio di annientamento reale, ma ricerca di intensità, catarsi e contatto con la dimensione più profonda dell’esistenza.



La morte simbolica e la trasformazione del Sé nel pensiero Junghiano

Primo piano di una persona bendata vestita di pelle

Applicando la prospettiva jungiana, illustrata nell’Aion, al BDSM, la sottomissione, la dominazione, la resa o l’esperienza del dolore possono essere letti come esperienze incarnate di morte e rinascita. La ritualizzazione dei ruoli, dei limiti e del potere consente al soggetto di accedere a uno spazio liminale in cui l’Io ordinario si sospende. Questo spazio, protetto dal consenso, dalle regole della scena e dal rispetto reciproco, permette di affrontare e simbolicamente “morire” ai propri schemi abituali, sperimentando vulnerabilità, esposizione e perdita di controllo. In questo contesto, la sofferenza non è distruttiva: diventa strumento di integrazione dell’Ombra, un veicolo attraverso cui aspetti negati della personalità — aggressività, fragilità, desiderio di fusione — possono emergere e riconciliarsi con la coscienza.

Jung evidenzia che l’incontro con l’Ombra è fondamentale per la totalità psichica:


“L’incontro con l’Ombra è il primo passo verso la totalità psichica” (Jung, 1951).


Nel BDSM, il dolore e la vulnerabilità incarnano questa dinamica. La perdita di controllo e l’abbandono ai ruoli ritualizzati offrono al soggetto l’opportunità di confrontarsi con aspetti profondi e inconsci del sé, in un processo che ricorda la discesa nel buio della “nigredo” (disgregazione simbolica del sé) junghiana. Il corpo diventa il teatro in cui avviene la trasformazione psichica: ciò che era nascosto o negato nella vita quotidiana prende forma, viene simbolicamente esperito e integrato.

La dinamica di dominazione e sottomissione, inoltre, rappresenta la drammatizzazione degli opposti archetipici: potere e vulnerabilità, controllo e resa, eros e thanatos. Nel contesto rituale della scena BDSM, queste polarità trovano equilibrio e permettono al soggetto di attraversare la morte simbolica senza subire disintegrazione. La fase di aftercare (Corradino, A. C., & Guarracino, 2025) — cura post-scena — simboleggia la reintegrazione e la rinascita: l’individuo emerge trasformato, con un senso più coeso di sé, in cui gli opposti interiori si sono riconciliati.



Turner e la liminalità nel BDSM


La scena erotica, in base al concetto di liminalità di Turner, può essere interpretata come un rito liminale contemporaneo, dotato di codici, simboli e regole che separano la pratica dalla vita quotidiana. All’interno di questo spazio, il dolore e il piacere assumono significati diversi: diventano strumenti di trasformazione identitaria, attraverso cui i partecipanti sospendono temporaneamente il loro Io abituale per esplorare vulnerabilità, potere, resa e controllo. La presenza della safe word funge da confine protettivo, garantendo la sicurezza psichica ed emotiva e delimitando il perimetro dell’esperienza rituale.

Durante la sessione BDSM, i ruoli sociali e personali vengono temporaneamente sospesi o invertiti: il corpo diventa linguaggio, il potere viene esplicitato e negoziato, e le dinamiche ordinarie si trasformano in un laboratorio simbolico di esplorazione del Sé. Turner definisce questo momento come “anti-structure”, uno spazio protetto in cui le regole quotidiane sono sospese e l’individuo può confrontarsi con parti di sé normalmente represse o nascoste. In questa fase liminale, il soggetto attraversa una soglia simbolica: la “morte” dell’Io quotidiano apre la possibilità a una rinascita del Sé più autentico e integrato.

Un concetto centrale di Turner è la communitas (Turner, 2017), la sensazione di unione e reciprocità che emerge tra i partecipanti durante la liminalità. Nel BDSM, questa dimensione si manifesta nella fiducia profonda tra chi domina e chi si sottomette: una connessione che va oltre la corporeità, diventando esperienza simbolica e condivisa. Attraverso la ritualizzazione del potere, del dolore e della resa, i partecipanti co-costruiscono un significato e una trasformazione reciproca, testimoniando e sostenendo la metamorfosi dell’altro.

La fase di cura post sessione corrisponderebbe quindi al ritorno alla struttura. In quel momento, infatti la vulnerabilità diventa connessione, il dolore si trasforma in apprendimento e rinascita, e l’identità ricomposta emerge più coesa e consapevole.

L’individuo, secondo Turner, in questo modo, reintegrerebbe l’esperienza liminale nella vita quotidiana consolidando la trasformazione e rafforzando il legame relazionale



Baumeister e la dissoluzione dell’Io nel masochismo erotico

Un abbraccio da dietro in cui si vedono delle mani avvinghiate a un torso

Baumeister (1989), in Masochism and the Self, propone una lettura del masochismo lontana dalla patologizzazione classica, descrivendolo come esperienza di sospensione temporanea dell’identità. Secondo l’autore, attraverso la sottomissione e il dolore controllato, l’individuo interrompe temporaneamente la tensione autoreferenziale dell’Io, liberandosi dalle pressioni sociali, dal senso di responsabilità e dal controllo razionale. In questa sospensione, il Sé può emergere più autentico, e la coscienza si alleggerisce, creando uno spazio di libertà esperienziale che assomiglia a un rito di rigenerazione psicologica.


Il masochismo erotico, a differenza del masochismo morale, non cerca il dolore fine a sé stesso, ma lo utilizza come strumento di trascendenza: il piacere nasce dalla perdita del controllo e dalla sospensione dell’Io, permettendo di sperimentare una condizione di “non-essere” simile alla quiete psichica descritta da Freud come Thanatos. Baumeister osserva:


“Masochism represents a strategy for escaping from self-awareness. Through submission, the individual achieves relief from the burdens of responsibility, guilt, and self-control.”

(“Il masochismo rappresenta una strategia per sfuggire alla consapevolezza di sé. Attraverso la sottomissione, l’individuo ottiene sollievo dal peso della responsabilità, della colpa e dell’autocontrollo.”)


Nel contesto BDSM, questa dinamica non implica regressione patologica, ma una sospensione rituale e consensuale dell’identità narrativa. La scena masochistica diventa un laboratorio psichico, in cui il dolore, la vulnerabilità e la perdita di controllo sono mediati da regole precise e fiducia reciproca. L’atto di abbandonarsi al dolore o alla sottomissione permette al soggetto di attraversare una “morte simbolica dell’Io”, sperimentando la propria fragilità senza essere annientato e favorendo la rinascita di un Sé più coeso.



L’estetica del dolore e la trascendenza del corpo nel BDSM


Corradino e Guarracino, in L’estasi del martirio (2025), esplorano la relazione tra dolore e trascendenza, evidenziando come il corpo possa diventare luogo di rivelazione, estasi e trasformazione. Nel contesto della scena BDSM, il corpo si trasforma in teatro simbolico, in cui dolore, vincolo e resa diventano strumenti di metamorfosi. Il piacere masochistico non è distruttivo: come nel martirio estetico descritto dagli autori, esso produce trasformazione e rinnovamento interiore. La performance erotica si configura come un atto creativo, in cui l’individuo si confronta con i propri limiti, li attraversa e li trasforma in esperienza di bellezza, estasi e consapevolezza.


Il BDSM, in questa chiave, assume una dimensione estetica e spirituale: la sofferenza ritualizzata diventa linguaggio dell’essere, attraverso cui il corpo comunica emozioni profonde come paura, desiderio, fiducia, vergogna o abbandono. La pratica erotica si avvicina così all’esperienza mistica, in cui la sospensione dell’Io e la fusione con l’altro consentono una forma di trascendenza del Sé. Come sottolineano Corradino e Guarracino:


“Il martirio non è più sacrificio, ma metamorfosi: l’estasi del dolore si fa figura del divenire.” (Corradino & Guarracino, 2025, p. 112)


La scena BDSM diventa un rito performativo, in cui il corpo è veicolo di significato e strumento di trasformazione. La vulnerabilità, accettata e condivisa, non è segno di debolezza, ma forma di potenza: attraverso il dolore e la resa, il soggetto sperimenta una forma di autogenerazione, un’integrazione tra corpo, mente e desiderio. Questo processo ricorda la “petite mort” (Thomas Hardy, 1891) della tradizione erotica francese: un momento di annullamento e rinascita, in cui l’estasi fisica e simbolica si intrecciano, restituendo senso e profondità all’esperienza corporea.



Il BDSM come pratica identitaria, relazionale e trasformativa

Persona con maschera da cane (puppy kink)

Langdridge e Barker (2007), nel volume “Safe, Sane and Consensual: Contemporary Perspectives on Sadomasochism”, propongono una lettura moderna e complessa del BDSM che va oltre la tradizionale interpretazione patologica. Secondo gli autori, il BDSM è un linguaggio simbolico e corporeo, un insieme di pratiche che permettono ai partecipanti di esplorare, comunicare e negoziare il desiderio, il potere, la vulnerabilità e la fiducia reciproca. Per molto tempo, la psicologia clinica aveva interpretato il sadomasochismo come disturbo o comportamento autodistruttivo. Tuttavia, studi empirici come quelli di Cross e Matheson (2006) e le ricerche qualitative di Langdridge e Barker hanno mostrato che i praticanti BDSM non presentano livelli superiori di psicopatologia rispetto alla popolazione generale. Al contrario, molti riferiscono “un maggiore senso di benessere, intimità e autenticità relazionale”, dimostrando come la pratica erotica possa diventare veicolo di autorealizzazione e connessione profonda con l’altro.


Baumeister (1989) descrive l’esperienza masochistica come una sospensione temporanea dell’identità, un momento in cui l’Io si disattiva e il soggetto può liberarsi dalle pressioni costanti del controllo e della responsabilità. In questa chiave, il masochismo non è fuga, ma pratica meditativa e corpo-centrica, una modalità di esplorazione del Sé autentico attraverso il dolore, la resa e l’abbandono consapevole.


Langdridge e Barker ampliano questa prospettiva, sottolineando la dimensione etica e intersoggettiva del BDSM. L’acronimo SSC — “Safe, Sane and Consensual” — rappresenta la cornice teorica e pratica che guida le interazioni sadomasochistiche contemporanee:

Safe (Sicurezza): le pratiche sono pianificate e condotte con attenzione ai rischi fisici, psicologici ed emotivi, garantendo protezione e responsabilità reciproca.

Sane (Sanità mentale/Sensatezza): i partecipanti agiscono in condizioni di lucidità mentale, evitando impulsività, coercizione o alterazioni dello stato di coscienza.

Consensual (Consensualità): la partecipazione è sempre libera, negoziata e rispettosa dei limiti individuali, rendendo il rapporto un’esperienza condivisa e autentica.


Questa cornice SSC evidenzia come il BDSM possa essere interpretato come pratica simbolica e relazionale, in cui potere, vulnerabilità e desiderio diventano strumenti di comunicazione. La scena BDSM non è mera trasgressione: è un laboratorio di autenticità, in cui il soggetto può sperimentare la perdita del controllo e al contempo la certezza della sicurezza, vivendo un paradosso fondamentale della trasformazione erotica del Sé: perdere sé stessi restando protetti.

Dal punto di vista teorico, il modello SSC si collega alla psicologia del Sé e alle teorie dell’intersoggettività: la scena BDSM diventa un contesto in cui il soggetto esplora la relazione tra identità personale e relazione con l’altro. Le pratiche ritualizzate permettono di negoziare simbolicamente il potere, sperimentare la fusione emotiva e attraversare stati di liminalità (Turner) integrando sicurezza, fiducia e comunicazione.

Un elemento innovativo del lavoro di Langdridge e Barker riguarda la dimensione comunitaria e identitaria del BDSM. La scena non è solo esperienza individuale, ma spazio di costruzione del Sé e dell’altro attraverso il riconoscimento reciproco, la negoziazione dei ruoli e la condivisione di pratiche simboliche.

La dimensione estetica e trasformativa del BDSM emerge nel modo in cui dolore, dominio e resa diventano linguaggio simbolico. La scena è rituale contemporaneo, in cui il corpo e le emozioni diventano strumenti di esplorazione e metamorfosi: il dolore si trasforma in veicolo di contatto, fiducia, piacere e consapevolezza corporea. In questa prospettiva, la pratica erotica consente di abitare il proprio corpo e la relazione con l’altro in maniera integrata, trasformando tensioni piacere e dolore in esperienze psicologicamente significative.



Sezione clinica

Ricercatrice clinica che sfoglia dei documenti

La tradizione clinica ha a lungo interpretato il BDSM in chiave patologica; tuttavia, le ricerche contemporanee propongono una lettura fenomenologica, centrata sull’esperienza soggettiva e sul significato simbolico delle pratiche (Langdridge & Barker, 2007).

Dal punto di vista clinico, il modello SSC fornisce indicazioni importanti: il BDSM non deve essere interpretato come sintomo patologico, ma come linguaggio del Sé attraverso cui il soggetto esplora desideri, limiti e potenzialità trasformative. La comprensione empatica e priva di giudizio da parte del terapeuta diventa essenziale per cogliere il valore simbolico, relazionale e catartico di queste esperienze, che possono rappresentare spazi di guarigione, reintegrazione emotiva e sperimentazione identitaria.

In sintesi, il contributo di Langdridge e Barker (2007) mette in luce tre dimensioni fondamentali per comprendere il BDSM contemporaneo:

Etica e consenso: pratiche basate sulla responsabilità relazionale, sostituendo la logica del dominio patologico con quella della cura e della negoziazione.

Funzione trasformativa: il BDSM come rito liminale in cui il soggetto attraversa una “morte simbolica” per rinascere a una nuova identità integrata e consapevole.

Dimensione comunitaria e intersoggettiva: costruzione del Sé e dell’altro attraverso la relazione, la negoziazione simbolica e la condivisione di esperienze corporee ed emotive.

Questa prospettiva contemporanea lega la pratica BDSM alla tradizione psicodinamica, fenomenologica e antropologica, restituendo al fenomeno dignità simbolica, valore etico e rilevanza clinica, evidenziando il suo potenziale generativo e trasformativo sia sul piano individuale sia relazionale.


Dal punto di vista psicodinamico, il BDSM può attivare processi di autoregolazione affettiva: il dolore e la sottomissione consensuale generano rilascio di endorfine e ossitocina, favorendo stati di rilassamento, connessione e benessere. La scena diventa un contenitore di emozioni intense, permettendo la rielaborazione di vissuti traumatici o di esperienze di controllo eccessivo (Cross & Matheson, 2006). La cosiddetta “morte simbolica” vissuta nel contesto BDSM non indica frammentazione, ma un passo verso l’integrazione: il corpo diventa luogo di verità e vulnerabilità, fondamento per una nuova unità psichica. In terapia, questa comprensione permette di utilizzare il corpo come spazio di memoria, elaborazione e rinascita.


Il BDSM può essere interpretato anche come un rituale di cura, in cui il dolore diventa mezzo per accedere a nuove consapevolezze. Ruoli di potere e sottomissione vengono negoziati in un contesto di profonda fiducia, offrendo uno spazio protetto per vivere emozioni arcaiche — paura, dipendenza, desiderio di contenimento — e trasformarle simbolicamente. Turner (1969) descrive dinamiche analoghe nei riti liminali come communitas, un’unione intensa e paritaria che trova nel BDSM un’espressione contemporanea.


Le ricerche neuroscientifiche e psicologiche confermano che il dolore consensuale produce effetti fisiologici e psicologici positivi, supportando la regolazione emotiva e la connessione interpersonale. In chiave psicodinamica, la messa in scena di dominanza e sottomissione consente la rappresentazione simbolica di pulsioni aggressive o autodistruttive, trasformando esperienze potenzialmente traumatiche in processi di consapevolezza controllata (Freud, 1920; Baumeister, 1989). Il dolore diventa attivo e ritualizzato, mentre la perdita di controllo si traduce in libertà regolata, generando catarsi erotica e integrazione psicosomatica.


Un elemento centrale del BDSM è la costruzione di fiducia: consenso, comunicazione dei limiti, safe words e cura post-scenica creano una cornice di contenimento psichico, simile al concetto winnicottiano di holding (Winnicott, D. W. 1989), che permette al Sé di esplorare la vulnerabilità senza frammentarsi. La relazione tra i partner, basata su comunicazione e accudimento, incarna un attaccamento consapevole in cui il limite è protezione e soglia di trasformazione (Langdridge & Barker, 2007; Ortmann & Sprott, 2013).

Clinicamente, il BDSM può assumere funzione di reintegrazione del trauma: la presenza del consenso e della consapevolezza trasforma il dolore da evento subito a esperienza scelta, permettendo al soggetto di riappropriarsi del corpo, della volontà e della capacità di agency (Baumeister, 1989; Corradino & Guarracino, 2025). La pratica diventa spazio simbolico per l’integrazione di vulnerabilità, desiderio e controllo, promuovendo consapevolezza corporea, intimità e regolazione emotiva (Cross & Matheson, 2006; De Neef et al., 2019).


In ambito terapeutico, l’approccio kink-aware implica sospendere giudizi moralistici, riconoscere il valore trasformativo dell’esperienza e comprendere il consenso come dispositivo di sicurezza e autoriconoscimento (Andrieu, Lahuerta & Luy, 2019; Barker, 2014). Fenomeni come il ritiro nel subspace (Pitagora, 2017), ossia il raggiungimento di stato di rilassamento profondo e alterazione percettiva in cui sono immersi alcuni sottomessi durante la sessione BDSM, illustrano la possibilità di una “morte simbolica” transitoria favorevole alla rielaborazione emotiva e alla connessione relazionale

In sintesi, il BDSM, se vissuto in contesti sicuri e consensuali, si configura come dispositivo catartico e trasformativo: integra pulsioni profonde, regola emozioni intense e offre una possibilità di reintegrazione psichica, corporea e relazionale. La comprensione clinica richiede dunque una prospettiva fenomenologica e simbolica, che riconosca l’erotismo come spazio di esplorazione, crescita e rinascita del Sé.



Conclusioni

Ragazza con i polsi ammanettati. Ha dei pantaloncini e calze a rete vista da dietro

La “morte simbolica” del sé nelle pratiche erotiche BDSM rappresenta un’esperienza profondamente trasformativa, in cui il dolore, la resa e la vulnerabilità si trasformano in strumenti di conoscenza e auto-esplorazione. Laddove la tradizione clinica tendeva a leggere il BDSM come manifestazione patologica, un’analisi fenomenologica e simbolica ne riconosce la valenza evolutiva e psicologica: le pratiche erotiche diventano rituali in cui l’individuo attraversa confini dell’identità, confrontandosi con l’ombra, con il desiderio di fusione e con i propri limiti interiori, per poi emergere trasformato.

In questa dinamica, il corpo non è mero oggetto di piacere o dolore, né teatro di trasgressione fine a sé stessa, ma diviene un rito vivente, un laboratorio esperienziale in cui eros e thanatos coesistono e dialogano. La dimensione simbolica del BDSM consente la dissoluzione temporanea dell’Io, offrendo spazio alla rielaborazione di emozioni profonde, alla gestione del trauma e alla riconciliazione con parti di sé spesso negate o rimosse. L’esperienza corporea diventa così linguaggio di ciò che la psiche non riesce a esprimere verbalmente: il dolore e il piacere si intrecciano, producendo catarsi, regolazione emotiva e integrazione psicosomatica (Baumeister, 1989; Cross & Matheson, 2006).

La “morte simbolica” non implica distruzione, ma rinascita: attraversare i confini dell’identità permette di confrontarsi con la vulnerabilità e di sperimentare la fiducia nell’altro. Nella relazione BDSM, la negoziazione dei ruoli di potere, l’uso del consenso e la cura post-scenica (aftercare) creano una cornice sicura, un vero spazio di contenimento psicologico, emotivo e fisico, in cui la resa non annulla il Sé, ma lo rigenera. Questo contesto relazionale, fondato su comunicazione, responsabilità e rispetto dei limiti, rende possibile un’esperienza di fusione e di rinnovamento del Sé, simile alle dinamiche osservate nei riti liminali descritti da Turner (1969) e nei processi di individuazione junghiani.

Il valore simbolico del BDSM si manifesta anche nella capacità di trasformare esperienze traumatiche o di perdita di controllo in processi di autoriconoscimento e agency. Il dolore, vissuto consapevolmente, diventa mezzo per esplorare i confini della propria identità, reintegrare l’Ombra e sviluppare una maggiore consapevolezza corporea, emotiva e relazionale. La “morte erotica” diventa quindi una metafora del percorso di crescita psicologica: lasciando temporaneamente andare l’Io, l’individuo può rinascere in un Sé più integrato, capace di autenticità e connessione con l’altro (Corradino & Guarracino, 2025; Pitagora, 2017).

Dal punto di vista clinico, comprendere il BDSM come linguaggio simbolico ed esperienziale implica superare letture moralistiche o patologizzanti, riconoscendo il diritto di ogni individuo a vivere la propria sessualità come esperienza di conoscenza, trasformazione e libertà. Il BDSM diventa così spazio terapeutico e laboratoriale: permette di esplorare la vulnerabilità, il desiderio, la dipendenza e la fiducia reciproca, trasformando la scena erotica in occasione di crescita psichica, catarsi e integrazione del Sé. La dimensione estetica e rituale della pratica, unita alla consapevolezza del consenso, contribuisce a ridefinire il piacere, il limite e il controllo, rivelando come eros e thanatos possano coesistere generando esperienza di vita e significato.

In sintesi, il BDSM si configura come moderno rito di iniziazione psichica: dissolve temporaneamente l’Io, permette l’incontro con l’Ombra, favorisce la regolazione emotiva e la connessione relazionale, e conduce verso un Sé più autentico, integrato e consapevole. Riconoscere il valore simbolico, relazionale e trasformativo del BDSM significa quindi valorizzare la sessualità come pratica di conoscenza, autonomia e rinascita, restituendo dignità psicologica e clinica a un fenomeno che troppo a lungo è stato frainteso o stigmatizzato.



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