La sessualità come pratica di self-care: implicazioni teoriche e cliniche per un approccio integrato alla salute
- Dottoressa Fedele Denise

- 15 apr
- Tempo di lettura: 6 min

Autore: Dottoressa Fedele Denise, Psicologa, Consulente sessuale, Esperta in Educazione Sessuo-Affettiva.
Abstract
La sessualità rappresenta una dimensione centrale dell’esperienza umana e contribuisce in modo significativo al benessere psicologico, relazionale e identitario. Negli ultimi anni, il concetto di self-care si è ampliato includendo aspetti che vanno oltre la salute fisica, riconoscendo il ruolo delle dimensioni emotive e relazionali. In questo contesto, la sessualità può essere considerata una componente fondamentale della cura di sé. Tuttavia, nonostante l’evidenza scientifica ne supporti la rilevanza, essa rimane marginalmente integrata nella pratica clinica. Il presente lavoro analizza la sessualità come pratica di self-care attraverso una revisione della letteratura, evidenziando definizioni teoriche, benefici, barriere e implicazioni cliniche.
I risultati mostrano una significativa discrepanza tra il riconoscimento teorico della sessualità e la sua applicazione nei contesti sanitari, sottolineando la necessità di un approccio olistico e di una maggiore formazione dei professionisti.
Introduzione

Negli ultimi decenni, il concetto di self-care ha subito una trasformazione significativa, evolvendo da una prospettiva centrata sulla gestione individuale della salute fisica a un modello più ampio e integrato che include il benessere psicologico, relazionale ed esistenziale. Tale evoluzione riflette un cambiamento epistemologico nella comprensione della salute, sempre più orientata verso una visione olistica della persona.
In questo scenario, la sessualità rappresenta una dimensione fondamentale, in quanto coinvolge simultaneamente aspetti corporei, emotivi, cognitivi e relazionali. Essa non costituisce un ambito separato dall’esperienza quotidiana, ma una componente intrinseca del modo in cui l’individuo percepisce sé stesso, costruisce relazioni e attribuisce significato alla propria esistenza (Bernhard & Dan, 1986).
Tuttavia, nonostante il riconoscimento crescente della sua rilevanza, la sessualità continua a occupare una posizione marginale nei contesti clinici. Tale marginalizzazione appare legata a una tradizione biomedica che tende a privilegiare dimensioni misurabili e osservabili, relegando gli aspetti più soggettivi e relazionali a un ruolo secondario (Reed, 2007).
Questa discrepanza tra rilevanza teorica e applicazione pratica solleva interrogativi cruciali circa la qualità della cura e la capacità dei sistemi sanitari di rispondere in modo adeguato ai bisogni complessi delle persone.
Concettualizzazione della sessualità nel self-care

La letteratura scientifica contemporanea converge nel descrivere la sessualità come un costrutto intrinsecamente multidimensionale, che si sviluppa all’intersezione tra fattori biologici, psicologici, relazionali e socioculturali. Tale prospettiva supera definitivamente una visione riduzionista centrata esclusivamente sulla funzione sessuale, riconoscendo la sessualità come esperienza soggettiva complessa e dinamica (Low et al., 2005).
All’interno del paradigma biopsicosociale, la sessualità può essere interpretata come una dimensione trasversale del self-care, in quanto contribuisce alla regolazione emotiva, alla costruzione dell’identità e al mantenimento della connessione con l’altro. Essa si configura, quindi, non solo come espressione di desiderio, ma come spazio di significato, relazione e riconoscimento reciproco.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il legame tra sessualità e benessere. Studi condotti in contesti di malattia cronica e cure palliative evidenziano come la possibilità di vivere la propria sessualità, anche in forme adattate, contribuisca a preservare il senso di sé e a contrastare vissuti di perdita e frammentazione identitaria (Lemieux et al., 2004).
Inoltre, la sessualità svolge una funzione regolativa sul piano psicologico, favorendo la riduzione dello stress e promuovendo stati emotivi positivi. Tale funzione appare particolarmente significativa nei momenti di vulnerabilità, in cui la continuità dell’esperienza sessuale può rappresentare un elemento di stabilità e resilienza (Drummond et al., 2013).
Barriere alla sessualità come pratica di self-care

L’analisi delle barriere evidenzia come la marginalizzazione della sessualità nei contesti di cura sia il risultato di un intreccio complesso di fattori che operano su diversi livelli.
Sul piano individuale, le condizioni mediche e i trattamenti farmacologici possono influenzare significativamente la funzione sessuale e la percezione del proprio corpo, generando vissuti di inadeguatezza, perdita e disconnessione (Butler et al., 1998). Tuttavia, tali elementi non risultano sufficienti a spiegare la sistematica esclusione della sessualità dai percorsi di cura.
Le barriere socioculturali rappresentano un fattore determinante. La persistenza di stereotipi legati all’età, al genere e alla salute contribuisce a delegittimare l’espressione della sessualità in numerosi contesti. In particolare, la rappresentazione dell’anziano come soggetto asessuato e la medicalizzazione del corpo malato producono una riduzione della persona alla sua condizione clinica, oscurando dimensioni fondamentali della sua esperienza (Trindade & Ferreira, 2008).
A livello sistemico, la letteratura evidenzia come il principale ostacolo risieda nella difficoltà dei professionisti sanitari ad affrontare il tema della sessualità. Tale difficoltà è spesso riconducibile a una combinazione di fattori, tra cui la mancanza di formazione specifica, il disagio personale e l’assenza di modelli operativi chiari. Questo fenomeno contribuisce a creare una sorta di “silenzio istituzionale”, in cui la sessualità rimane implicita ma non esplicitamente affrontata (Wang et al., 2017).
Infine, le barriere strutturali, come la mancanza di privacy nei contesti istituzionali, limitano concretamente la possibilità di esprimere la propria sessualità. Tali condizioni evidenziano come la questione non sia esclusivamente culturale o relazionale, ma anche profondamente organizzativa (Everett et al., 2010).
Sessualità e pratiche di self-care

Le pratiche di self-care sessuale si configurano come processi dinamici attraverso cui l’individuo mantiene e rielabora la propria dimensione intima in relazione ai cambiamenti del corpo, della salute e delle relazioni. Tali pratiche non possono essere ridotte a comportamenti specifici, ma devono essere comprese come modalità di adattamento e significazione dell’esperienza sessuale.
In molte situazioni, in particolare in presenza di malattia o invecchiamento, la sessualità subisce una trasformazione che implica una ridefinizione dei suoi significati e delle sue modalità espressive. In questo senso, il passaggio da una sessualità centrata sulla performance a una focalizzata sulla relazione e sull’intimità rappresenta un elemento chiave del self-care.
La comunicazione assume un ruolo centrale in questo processo. La possibilità di esprimere bisogni, limiti e desideri all’interno della relazione di coppia consente di costruire nuove forme di intimità, favorendo l’adattamento e la continuità dell’esperienza sessuale.
Parallelamente, la relazione con i professionisti sanitari rappresenta un ulteriore spazio in cui la sessualità può essere riconosciuta, legittimata e sostenuta. Tuttavia, la carenza di interventi strutturati e di modelli operativi limita significativamente le possibilità di integrazione di tali pratiche nei percorsi di cura.
Benefici della sessualità nel benessere globale

I benefici della sessualità come pratica di self-care si articolano su più livelli, coinvolgendo dimensioni psicologiche, relazionali e identitarie.
Sul piano psicologico, la sessualità contribuisce alla regolazione emotiva, favorendo la riduzione dello stress e il miglioramento dell’immagine di sé. Essa rappresenta uno spazio in cui l’individuo può sperimentare piacere, connessione e vitalità, contrastando vissuti di isolamento e disinvestimento (Lemieux et al., 2004).
Dal punto di vista relazionale, la sessualità costituisce un canale privilegiato di comunicazione e intimità, capace di rafforzare i legami affettivi e di sostenere la qualità delle relazioni. In contesti di malattia, tale funzione appare particolarmente rilevante, in quanto consente di mantenere una dimensione di reciprocità e vicinanza (Drummond et al., 2013).
Un ulteriore aspetto riguarda il mantenimento dell’identità personale. La possibilità di vivere la propria sessualità contribuisce a preservare il senso di continuità del sé, contrastando i processi di oggettivazione e medicalizzazione che possono emergere nei contesti sanitari (Bernhard & Dan, 1986).
Infine, la sessualità può essere interpretata come una risorsa di coping, in grado di sostenere l’adattamento a situazioni di cambiamento e perdita. Essa offre uno spazio di significato e di espressione che contribuisce alla resilienza individuale (Parish, 2002).
Implicazioni per la pratica clinica

La discrepanza tra il riconoscimento teorico della sessualità e la sua integrazione nella pratica clinica evidenzia la necessità di un cambiamento strutturale nei modelli di cura.
In primo luogo, appare fondamentale intervenire sul piano formativo, introducendo in modo sistematico la salute sessuale nei percorsi di formazione dei professionisti sanitari. Tale intervento consentirebbe di ridurre il disagio e di aumentare la competenza nel trattare questi temi, favorendo una maggiore apertura al dialogo.
In secondo luogo, la sessualità dovrebbe essere integrata nella valutazione clinica di routine, non come elemento accessorio, ma come componente essenziale della salute. Questo passaggio implica un cambiamento culturale, volto a normalizzare il tema e a riconoscerne la rilevanza per il benessere globale della persona.
L’adozione di modelli strutturati, come il PLISSIT, può rappresentare uno strumento utile per guidare i professionisti nell’introduzione e nella gestione delle conversazioni sulla sessualità, offrendo un framework chiaro e progressivo.
Infine, è necessario promuovere un approccio olistico che consideri la persona nella sua totalità, integrando dimensioni fisiche, emotive e relazionali. In questo senso, la sessualità non deve essere considerata un ambito separato, ma una componente intrinseca della cura.
Discussione e conclusioni

L’analisi della letteratura evidenzia come la sessualità sia riconosciuta come componente fondamentale del self-care e del benessere globale, ma rimanga marginale nella pratica clinica. Questa discrepanza riflette la presenza di barriere multiple che operano a livello individuale, culturale e sistemico.
Particolarmente rilevante appare il ruolo dei professionisti sanitari, la cui difficoltà ad affrontare il tema contribuisce a mantenere il silenzio e a limitare l’emergere dei bisogni dei pazienti. Interventi mirati alla formazione e alla sensibilizzazione potrebbero rappresentare una leva fondamentale per il cambiamento.
In conclusione, promuovere l’integrazione della sessualità nei modelli di cura significa riconoscere la complessità dell’esperienza umana e restituire centralità alla persona nella sua interezza. Tale prospettiva non solo migliora la qualità della cura, ma contribuisce a costruire sistemi sanitari più inclusivi, sensibili e orientati al benessere globale.
Bibliografia
Basson, R. (2000). The female sexual response: A different model. Journal of Sex & Marital Therapy.
Basson, R. (2003). Women’s sexual desire and arousal disorders.
Bernorio, G., Mori, R., Casnici, F., & Polloni, G. (2025). L'approccio diagnostico in sessuologia. Milano: [Editore non specificato].
Johnson, S. M., & Zuccarini, D. (2009). Attachment and sexuality.
Graziottin, A. (2007). Nuove acquisizioni sulla fisiopatologia del desiderio sessuale.

Commenti